giovedì 13 dicembre 2018

Sposiamoci di corsa

Sposiamoci.
Di corsa, amiamoci.
Fai in fretta, amor mio.
Non perdiamo tempo in preamboli, per quanto santi.
Tralasciamo ornamenti e festoni.
Non indugiamo oltre il minimo concesso nella scelta dell’abito.
E del luogo.
Del dopo.
E del subito prima...


storie vere amore
Priscilla Cicconi e Bianca Gama sono state costrette a sposarsi di fretta in Brasile prima della salita al potere del leader di estrema destra Bolsonaro
Acceleriamo allo spasimo il giorno meraviglioso.
Che sì, meriterebbe tutto il tempo del mondo.
Ma che noi non abbiamo.
Non più, nella terra dei colori impossibili e delle diversità spontanee.
Dì semplicemente sì, mia amata.
Anche solo un favorevole mormorio sarà sufficiente.
Prima che il giorno finisca.
Prima che inizi la notte.
Di inquietanti governi e governanti…


Jair Bolsonaro
Jair Bolsonaro

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giovedì 6 dicembre 2018

Perché faccio quello che faccio

Joseph Jackson è stato detenuto in una prigione nel Maine per due decenni.
Ora coordina la Maine Prisoner Advocacy Coalition (MPAC), un'organizzazione di base che interloquisce con il dipartimento correzionale dello stato per conto dei detenuti e delle loro famiglie. Quando gli chiedono perché è così appassionato nel trasformare il sistema che lo ha tenuto prigioniero, Joseph risponde sempre allo stesso modo: non posso andarmene e lasciare le persone che ho avuto accanto per 20 anni in uno stato di perenne paura e tortura senza fine.




Faccio questo lavoro perché anni di studi mi hanno permesso di dare un senso al mondo insondabile che ho vissuto. È un mondo in cui l'abuso è implacabile. Sfida la comprensione. Gli studi liberali mi hanno aiutato a vedere che il tempo là dentro non è l'unica punizione imposta ai criminali condannati. La credenza culturale predominante a cui tutti siamo soggetti è che una volta che si commette un errore, è necessario pagarlo per sempre. Ogni frase, quindi, dura tutta la vita. La nostra realtà inespressa è che la maggioranza di coloro che imprigioniamo è socialmente distrutta. Spesso perdono tutto: le loro case, i loro averi, i loro posti di lavoro, i loro partner, il sostegno delle loro famiglie.

“Per sistemare il nostro sistema danneggiato”, ha aggiunto Joseph, “dobbiamo tornare alle politiche progressiste del passato.”

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giovedì 29 novembre 2018

Ci siamo fidati di questo paese

Sabika SheikhCi siamo fidati di questo paese più di quanto avremmo dovuto fare.
Queste sono le parole di chi resta.
Di chi piange il ricordo e soprattutto la tragica e quanto mai prematura fine di Sabika Sheikh, morta a soli 17 anni.
Ovvero, una delle vittime del massacro compiuto nello scorso maggio in una scuola di Santa Fe, in Texas.
Ci siamo fidati di questo paese, sembra ripetere l’accorato lamento dei parenti della giovane ragazza.
Di quel che si ammira da lontano e si può sognare ogni giorno più vicino.
Del luogo ideale dove mandare la propria promessa migliore a crescere e realizzare se stessa.

Sabika Sheikh padre
Sabika era negli USA per uno scambio culturale.
Uno dei motivi più affascinanti e virtuosi per viaggiare e incontrare l’altro.
Per condividere al contempo tradizioni e sentimenti, emozioni e orizzonti.
Scoprendo in ogni istante che passa che questi ultimi non sono poi così diversi, malgrado quel che racconti la geografia, i suoi confini e soprattutto i loro ottusi difensori.
Al contrario, nel fiore della propria vita, Sabika ha conosciuto la più terribile tra le culture.
Quella della violenza delle armi.
In altre parole, ciò di cui si fidano i vigliacchi e i folli...

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giovedì 22 novembre 2018

Attentato a Piazza San Marco

C’era una volta un bambino di quattro anni.
E c’era anche suo padre con lui.
Quindi complice, diciamolo.
C’era una volta altresì un paese dal governo giallo verde.
Da un lato, giallo di imbarazzo per la vergognosa alleanza e, dall’altro, verde di rabbia a prescindere, a seconda dell’utile nemico del momento.
C’era una volta una nazione costruita sull’illegalità, sulla mancanza di rispetto per l’ambiente e per le sue naturali regole, per non parlare di quelle relative alla civile protezione dei cittadini.
Ma tanto, poi, è tutta colpa del maltempo.
Nondimeno, c’era una volta un bimbo, si diceva.
Una creatura di soli quattro anni di vita.
Un innocente fino a prova contraria, nelle vesti di un reato degno di severa ed esemplare punizione.
Osare calpestare il sacro suolo di Venezia, nell’illustre porzione di piazza San Marco, con una minuscola moto elettrica.
Un giocattolo, d’accordo, ma pur sempre un imperdonabile affronto.
Sessantasei euro e ottantotto centesimi, la meritata multa per il piccolo finito sulla via della perdizione.
C’era una volta una paradossale farsa chiamata Repubblica fondata sulle contraddizioni, più che sul lavoro.
Dove lo Stato si accanisce contro i più deboli, chiudendo occhi e coscienza innanzi a marrani e imbroglioni al sicuro dall’acqua alta...

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giovedì 8 novembre 2018

Quando la memoria si difende

C’era una volta il primo eroe del popolo di Jugoslavia.
Di gente e nazioni ormai ex, sulla carta.
Che andrebbe scritta, nelle pagine seguenti, giammai rivista.
C’era una volta Rade Končar, il partigiano Rade, il giovane Končar.
L’uomo che dopo aver speso adolescenza e sogni in nome di un’ideale di libertà e diritti per tutti, divenne simbolo, capitolo di storia e, quindi, statua.
A eterno e solenne monito degli eredi di cotanto doveroso impegno contro i nostalgici dell’odio legalizzato.
Il quale non dovrebbe retrocedere neppure di un sol centimetro, men che meno abbassar capo e guardia.
C’era una volta, oggi, un vecchio di sessantacinque anni.
Un folle, forse, un segno, magari.
Un’ulteriore prova dell’urgenza di una resistenza a oltranza.
Un disgraziato che asseconda il proprio delirio e prende a calci la testimonianza nobile dell’oscuro passato.
Ebbene, la storia vuole che a Spalato sia la statua stessa a crollare sul marrano, spezzandogli una gamba.
Perché la memoria, quando vuole, sa difendersi.
Ma ha bisogno, più che mai di questi tempi, di ogni aiuto possibile.

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giovedì 11 ottobre 2018

Denunciare gli insegnanti nemici

Il partito di estrema destra Alternativa per la Germania ha dato il via a un’iniziativa inquietante.
Gli studenti tedeschi sono incoraggiati a denunciare gli insegnanti che esprimano opinioni politiche attraverso il portale online Scuole Neutrali, progetto pilota ad Amburgo, con piani per lo sviluppo del programma in tutto il paese.
Gli alunni potranno inviare reclami anonimi sul sito in merito a docenti che, a loro avviso, stiano infrangendo le regole di neutralità criticando il partito in questione.

Come dire...
Perché il partito in questione non può esser criticato.
Perché il partito in questione è il partito del popolo e il popolo ha sempre ragione, altro che 'capo ufficio'.
Perché chi osi criticare il partito del popolo è contro lo Stato e il popolo stesso.
Perché chi è contro il popolo stesso, è contro lo Stato e il partito del popolo.
Ecco perché chi è contro il partito del popolo non è solo un nemico del partito, ma anche tuo, di tutti.
Perché chi è nemico di tutti va segnalato.
Anche per via anonima.
Soprattutto anonima, magari con un bel nickname privo di senso.
Ma indicando nome e cognome del marrano.
Possibilmente indirizzo e altri dati sensibili.
Affinché i nemici del partito del popolo vengano acciuffati e tolti di mezzo.

Non vi ricorda qualcosa?
E non mi riferisco solo al passato...

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giovedì 13 settembre 2018

Il castigo per Harper Nielsen è un onore

C’era una volta il posto dove rimaner seduti.
Quando tutti gridano e blaterano folli stupidaggini e ottuse bugie.
Anche se dovessero nascondere il proprio senso di colpa sotto una canzone popolare.
Come potrebbe essere un inno nazionale.
C'erano una volta coloro che in passato hanno percorso la parte scomoda della via.
Quando tutti stavano marciando sul rassicurante sentiero obbligato.
Anche qualora comportasse camminare sulla vita e il mancato futuro delle loro vittime.
Come la vacillante memoria di molti governi colonialisti.
C'erano una volta le persone coraggiose che compiono ancora quella scelta.
Mentre politici poveri di intelletto e impauriti insegnanti cercano di proteggere la propria vergogna usando il loro potere.
Anche avvalendosi di ogni sforzo.
Come molti hanno fatto prima di loro.
C'era una volta in Australia una bambina di nove anni di nome Harper Nielsen, che si rifiutò di alzarsi in piedi e cantare le nazionali rime, protestando in nome del popolo indigeno e pagando le conseguenze della propria decisione con il castigo a scuola.
Grazie per il tuo esempio, giovane quanto nobile creatura.

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venerdì 13 luglio 2018

Lalu Muhammad Zohri: il campione senza scarpe

C'era una volta un sognatore.
Un ragazzo che difficilmente avrebbe potuto immaginare di comprarsi un paio di scarpe da corsa.
Una creatura la cui anima stava andando così veloce da superare tutto.
I limiti del corpo e della dura realtà.
C'era una volta un campione.
Il vincitore della gara maschile dei 100 metri al campionato IAAF mondiale under 20 a Tampere in Finlandia.
C'era una volta una vita di soli diciotto anni.
Il primo indonesiano a vincere una medaglia in quel torneo.
Ma non fu il primo a sperarlo.
Non mi riferisco al podio.
O ai flash delle fotocamere.
Nemmeno all'oro brillante.
Piuttosto, c'era una volta un intero mondo di persone che meritano semplicemente la possibilità di correre.
E mostrar talenti e valore.
Sii paziente, amico mio, e molti altri tra loro arriveranno in pista...

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mercoledì 11 luglio 2018

Non sono i migranti a uccidere in Italia ma un blocco di marmo

C’era una volta un paese, o parte di esso, che non è sulle prime pagine dei giornali.
Non ne troverete menzione tra le ottuse grida del Ministro dell’interno, ma tu leggi pure come il burattinaio del governo a cinque stelle nere.
Un paese dove un operaio di 37 anni, Luca Savio, è deceduto quest’oggi, lasciando una moglie e una figlia, dopo esser stato assunto con un contratto di soli sei giorni.
Un paese, già, dove lavorando in una cava si rischia un infortunio ogni due giorni.
C’era una volta un paese dove negli ultimi dieci anni ci sono state tredicimila morti sul lavoro.
Esatto, il lavoro, che oramai non è neppure più nei proclami elettorali e negli slogan di mantenimento del potere.
C’era una volta, difatti, un paese in cui le condizioni miserrime in cui moltissime persone cercano di portare a casa il pane per la propria famiglia non fa più notizia.
Perché il problema sono gli immigrati, perfino quando sono ancora in mare aperto.
Ma a uccidere speranze e serenità della povera gente è un colossale blocco di marmo.
E di menzogne...


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mercoledì 6 giugno 2018

Storie vere sulla morte e la vita

Per una vita che se ne va, ce n’è sempre un’altra che arriva. E’ vero, è matematico, almeno una ce n’è.
Magari non è qui, davanti a noi. Non sappiamo chi sia e non abbiamo idea di quanto vivrà.
Se sarà di destra o di sinistra, della Roma o della Lazio. Tutto potrà diventare, anche la persona peggiore del mondo.
Potrà fare le cose più deprecabili, potremo odiare ogni cosa che dirà, qualsiasi gesto farà, ma non potremo farci nulla.
Perché quando una vita se ne va, c’è n’è sempre un'altra che arriva.
Possiamo ergere i confini della nostra fortuna fino al cielo e gridare a squarciagola tutta la nostra vigliaccheria di fronte al coraggio di un solo uomo capace di invadere un paese e non riuscire a far altro che convincerlo ancora di più che venire da noi era la cosa giusta da fare.
Perché il nostro parere conta poco. La vita si spegne e si accende dove vuole e come desidera a prescindere da noi.
Questa è ancora la fortuna del mondo.
Perché laddove una vita se ne va, c’è n’è sempre un’altra che arriva.
E’ evidente. Sarebbe sufficiente alzare lo sguardo al di sopra del cadavere da cui siamo ossessionati.
Basterebbe smettere di soffocare le nostre narici con il puzzo della decomposizione.
Chiunque potrebbe vedere altro, se solo la smettesse di dipingere i propri occhi con il sangue di chi non c’è più.
Come è possibile riempire i nostri discorsi con la morte di qualcuno di cui non sappiamo nulla di chi fosse da vivo? La memoria senza la vita che l’ha preceduta si chiama follia.
Perché se qualcuno va via, c’è sempre qualcun altro che arriva.
Non importa se quel frutto sia tuo o meno. Non conta nulla se quella bambina sia carne della tua carne o meno.
E’ la vita che è grande e rende grande anche te.
Se poi quel figlio è veramente tuo, be’, non ti resta che cantare e ballare. Le luci ora sono su di te.
E Rukia e Hash cantarono e ballarono.
Talvolta capita...


Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.

mercoledì 30 maggio 2018

Storie vere sui matrimoni misti

Qualcosa è cambiato nel 1967, è proprio il caso di dirlo.
In quello stesso anno un matrimonio misto rappresenta per la prima volta il tema centrale in un film di successo. Sto parlando ovviamente di Indovina chi viene a cena? Il film, per chi non se lo ricorda, era interpretato da Spencer Tracy e Katharine Hepburn nel ruolo dei genitori bianchi e da Sidney Poitier in quello dell’inaspettato genero nero.
La trama è semplice: Johanna, una giovane ragazza bianca americana, si innamora del dottor Prentice (alias Sidney Poitier), un nero conosciuto durante una vacanza alle Hawaii. I due pianificano di sposarsi e lei vuole tornare in Svizzera con lui. Il film è incentrato sul ritorno di Johanna a casa, a San Francisco, insieme al nuovo fidanzato che la ragazza porta con sé a cena per farlo conoscere ai genitori, e sulle reazioni della famiglia e degli amici.
Tutto finisce bene, con il più ottimista dei finali.
Certo, se il nuovo esotico arrivo in famiglia non fosse stato un bel dottore, colto e di buone maniere, ma piuttosto, che so, un rapper tutto collanine e denti d’oro, ovvero un clandestino in cerca di un permesso di soggiorno, i due progressisti genitori avrebbero trovato qualche difficoltà ad accettare la cosa.
C’è da dire che Indovina chi viene a cena? non ha il merito di essere stato il primo film americano a trattare l’argomento unioni interrazziali. Quello di maggiore successo sì, ma non il primo.
Nel 1957 uscì il film La banda degli angeli, con Clark Gable e Yvonne de Carlo. Ecco la trama: verso la metà dell'ottocento, nel Kentucky, una ragazza figlia di schiavi rimane orfana ed è comprata da un ricco latifondista, il quale innamoratosi la nomina erede di tutte le proprietà. Quando lei scopre che il marito si è arricchito con lo schiavismo lo lascia, ma torna da lui quando esplode la guerra civile tra Nord e Sud.
Nella riedizione italiana del 1964 uscì con il titolo La frusta e la carne. Non chiedetemi perché. Noi abbiamo ancora oggi l’abitudine di cambiare i titoli originali in una maniera spesso delirante.
In questo film, ad ogni modo, siamo parecchio lontani dall’epoca di Sidney Poitier e, soprattutto, da quella di Denzel Washigton o Will Smith. Difatti la ragazza figlia di schiavi fu interpretata da Yvonne De Carlo, attrice canadese, di una carnagione al limite del pallido, scurita per l'occasione per rendersi credibile nel ruolo della schiava di colore innamorata di Gable.
Dal 1967 di Indovina chi viene a cena?, con il quale, a quanto pare il cinema americano aveva forse esagerato, saltiamo addirittura al 1975, con una pellicola di sicuro valore: Mandingo.
La storia è semplice: nel 1840, in una piantagione di cotone della Louisiana, il proprietario obbliga il figlio a sposare sua cugina Blanche. Appreso che la moglie non è vergine, egli si prende un'amante nera e allora Blanche – per vendicarsi - si concede a un poderoso schiavo della tribù dei Mandingo. Nasce un bambino nero che il medico sopprime. Nonostante la sonora stroncatura di pubblico e critica, il regista Richard Fleischer girò anche un sequel: Drum, l'ultimo Mandingo.
In ogni caso ecco la morale: la coppia mista diviene lecita se a scopo vendetta e, soprattutto, se il nero di turno ha le dimensioni, in senso generale, di un poderoso mandingo.
Altro salto nel tempo, dato che con i due film della serie le donne bianche americane avevano iniziato a sognare un dottor Prentice con il volto di Poitier e, soprattutto, le doti di un mandingo, ci porta al 1991 di Jungle Fever, una pellicola di Spike Lee, non nuovo nel trattare temi interculturali.
La trama: Flipper è un benestante architetto afro americano che vive con la moglie Drew e la figlia in un costoso appartamento ad Harlem. Quando, allo studio in cui lavora, viene assunta una segretaria italo americana, Angie, Flipper non si dimostra molto contento, poiché avrebbe preferito lavorare con una del suo colore. Cioè il razzista è lui. Angie conduce una vita umile, in una modesta casa in un sobborgo di Brooklyn. I due iniziano a fare amicizia e una sera si ritrovano da soli in ufficio, per degli straordinari. Ordinano del cibo cinese e iniziano a parlare delle loro vite. Infine, sul tavolo da disegno, hanno un rapporto sessuale. Un vero colpo di scena, nel lontano 1991. La famiglia di Angie, venuta a conoscenza del fatto, la butta fuori di casa dopo averla picchiata, perché se la fa con i negri, cosicché ognuno ritorna nel proprio lato di mondo.
Da Indovina chi viene a cena? a Jungle Fever, come dire, dall’ottimismo degli anni sessanta al pessimismo di trent’anni dopo.
Altro salto obbligato, stavolta la scena del tavolo superò veramente i limiti, ci conduce al 2002, con il film Lontano dal paradiso: siamo nel 1950, nel Connecticut. Si racconta la storia di Cathy Whitaker, la moglie perfetta, madre, e casalinga. Cathy è sposata con Frank, un manager di successo. Un giorno, la donna spia uno sconosciuto uomo nero che cammina nel suo giardino. Si tratta di Raymond, il figlio dell’ultimo giardiniere di Cathy. Nel frattempo Frank è costretto a rimanere fino a tardi in ufficio, inondato dal lavoro. Una sera, però, lo vediamo entrare in un bar. Contemporaneamente, Cathy e Raymond divengono amici. Una notte, quando Frank è ancora in ritardo, Cathy decide di preparargli la cena e portargliela. Cosicché lo scopre baciare appassionatamente un uomo. Frank confessa di aver avuto dei problemi da giovane e accetta di vedere uno psichiatra e guarire, per tornare ad una sana normalità. Il suo rapporto con Cathy diviene teso e lui si da al bere. Delusa dal suo matrimonio, Cathy cerca conforto nell’amico nero, Raymond. S’incontra con quest’ultimo spesso, suscitando le chiacchiere del vicinato. Ciò nonostante i due si innamorano. Dal canto suo, Frank, incapace di sopprimere i suoi desideri omosessuali, si innamora di un altro uomo e chiede il divorzio da Cathy.
Che dire, vediamolo come un passo in avanti. Per tubare con una donna bianca, un afro americano può pure essere un figlio di giardinieri e non per forza uno stimabile dottor Prentice. Non è necessario che celi un mandingo dentro le mutande. Certo, in quel caso, la suddetta signora non avrà di che lamentarsi, ma non è indispensabile. L’unica condizione è che il compagno di prima si dichiari omosessuale...

Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.