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Storie vere di rivoluzionari

Jean-Baptiste du Val-de-Grâce nacque il 25 giugno del 1755 vicino Clèves, nel castello di Gnadenthal, da una nobile famiglia prussiana di origini olandesi, i baroni di Cloots.
Il piccolo Jean-Baptiste era un bambino vivace e caparbio, caratteristiche che mostrò sin dall’inizio, peraltro ereditate dal padre. La moglie di quest’ultimo era invece di altra pasta. Era di natura tranquilla e tollerante. Grazie anche alle origini agiate, la donna vedeva la vita come una passeggiata pomeridiana in campagna, satolli dopo un pranzo soddisfacente e sereni grazie ad un dolce riposino su un morbido letto con tanto di rassicurante baldacchino.
Proprio per queste ragioni il nostro aveva con la madre una corsia preferenziale, in quanto suo padre non mancava mai di riprenderlo e le frasi erano – in sintesi - sempre le stesse: Jean-Baptiste devi imparare a mantenere la calma, Jean-Baptiste devi accettare i tuoi limiti, Jean-Baptiste controlla gli istinti e, la più gettonata, Jean-Batiste, un giorno avrai il mio titolo, ricorda: quel che distingue un barone dalla gente del popolo è la gestione degli umani impulsi.
Il fatto era che Jean aveva tutto il desiderio di compiacere il papà, non voleva assolutamente disobbedirgli, ciò nonostante erano proprio i suoi umani impulsi a vincere puntualmente quella battaglia. E così correva quando le gambe gli imponevano di farlo, alzava la voce quando il fiato in gola era troppo per essere ignorato, toccava e, spesso, rompeva tutto quel che le sue mani adocchiavano ancor prima che i suoi occhi.
Nondimeno, più di ogni altra cosa gli era impossibile non liberare nella sua stessa mente ogni pensiero, allorché fosse composto della sostanza che preferiva. Non i sogni, benché mai le idee, bensì di quel che i suoi sensi avevano raccolto sino a quel momento, fosse stato il sapore della terra, che l’odore delle feci del cane, passando per il calore delle mani della madre quando una sua carezza gli sfiorava la guancia.
Jean-Baptiste era entusiasta di essere vivo, di respirare l’aria che l’immenso giardino che circondava il castello regalava ai suoi ignari abitanti.
Una sera, nel giorno del suo decimo compleanno, dopo l’ennesimo rimprovero da parte del barone, il nostro stritolò i palmi nelle mani chiuse a pugno e a voce bassa disse chiaramente: “Padre… non voglio controllare la mia vita…”
Uno schiaffo era ormai storia, una mano pesante era caduta sulla tenera guancia del bambino eppure ciò non impedì alla madre di Jean di udire il resto della frase: “…la mia vita voglio viverla…”
L’ultimo anno prima di andare a Parigi per completare la propria educazione, perlomeno secondo i progetti del padre, fu molto significativo per il futuro barone. Sin da quella drammatica sera del suo genetliaco, nella mente del bambino iniziò a germogliare il seme della parola, da quella sussurrata a quella gridata.
Un pomeriggio che il padre era lontano dal castello, la madre entrò nella sua camera. Jean-Baptiste era seduto davanti alla finestra, in silenzio. Teneva tra le mani un quaderno, regalo proprio della baronessa. La donna si avvicinò alle sue spalle, nondimeno il figlio non si mosse di un muscolo, rapito dagli alberi al di là del vetro.
“Jean… tutto bene?”
“Madre, sono contento, oggi sono contento.”
“La cosa mi rende felice, figlio…”
“No, oggi sono veramente contento. Non come quando ho mangiato qualcosa che mi piace o quando ho partecipato ad un gioco molto divertente.”
“Ieri ho visto che hai riso molto con lo zio Cornelius…”
“Sì, lo zio è simpatico. Gli voglio bene. Ma oggi non sono contento per qualcosa che mi è successo.”
“Allora, Jean, per cosa lo sei?”
“Non lo so, madre. Non lo so. Ed è meraviglioso essere contento senza saperne la ragione…”
“Perché, caro?”
“Perché vuol dire che per godere di qualcosa non occorre conoscerla, farla propria, dominarla. E’ bello saperlo…”

Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.

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